Pattada è un centro di 3000 anime nella Sardegna logudorese, al confine tra provincia di Sassari e Nuoro.

Viaggio a Pattada

Già arrivarci è un viaggio nella Sardegna più autentica, quando le spiagge si allontanano per far spazio a colline ed alture selvagge e desolate. Dopo svariati chilometri percorsi in mezzo ad una tavolozza verde e ocra omogenea che quasi fa perdere il senso dell’orientamento, non ci si aspetterebbe mai di scorgere il profilo di una bella cittadina: quasi una chimera nella natura più selvaggia. Eccola, Pattada, un paese che sarebbe poco frequentato dai turisti se non fosse conosciuto in tutto il mondo per essere la fucina di una delle più straordinarie produzioni dell’artigianato sardo: il coltello. Andiamo dunque a conoscere da vicino questo oggetto straordinario.

Pattada, la culla del coltello sardo

Pattada coltelli

Ogni collezionista ed estimatore di lame conosce il nome “Pattada” come quello del particolare coltello a serramanico che si produce qui, e che gli abitanti chiamano “resolza“, un termine che, a ben vedere, ha un antenato latino comune con l’italiano “rasoio”.
La resolza si produce un po’ dappertutto in Sardegna, specialmente negli antichi centri minerari come Arbus o Guspini, ed ha sviluppato caratteristiche peculiari in ciascuna delle località dove viene prodotta. La versione pattadese, discreta ed elegante ed oggi amatissima dai collezionisti, nasconde in realtà un animo rurale fortemente ancorato nella vita e nell’ambiente aspro del pastore sardo: questo coltello ne è l’indispensabile compagno, e la sua forma e le sue dimensioni rispondono prima a criteri di praticità che a canoni estetici.

Non a caso un’altra delle abilità per cui sono noti i fabbri pattadesi è quella del costruire le forbici per tosare le pecore. E’ dunque nel contesto delle fucine nere di fuliggine fra falci per il grano, forbici, incudine e martello che va collocata l’origine di “sa resolza”. Il primo uso era quello per uccidere e scuoiare l’animale, per tagliarlo e mangiarlo secondo la quotidianità di un mondo duro in cui però le bestie erano la ricchezza più grande per tutti. Se questo tuttavia lo si può dire di ogni coltello sardo, poco si sa della nascita dell’attuale coltello a serramanico locale. Sicuramente si tratta di un’arte tramandata di generazione in generazione da alcune famiglie che oggi come allora ne detengono gli arcani. L’unica tesi accredita in merito sostiene che la forma attuale del pregiato utensile risalga alla seconda metà dell’800, quando tale Zintu Canale lo modellò secondo la foggia definitiva.

Tornando ai nostri tempi, oggi sono solo una quindicina, fra professionisti e amatori, le famiglie di Pattada che tengono viva la tradizione.  Sfortunatamente ogni tentativo di consorziarsi sotto un marchio comune è sempre naufragato, e per questo è praticamente impossibile, per chi non si rechi a Pattada di persona, distinguere un pezzo originale da un’imitazione costruita altrove, magari con sopra stampato un cognome che a un profano suoni sardo.

In linea generale, mi pare di aver capito che tutti i maestri del coltello di Pattada lavorano solo su ordinazione: il rapporto umano è fondamentale. Si viene qui, si stringe la mano al fabbro e si prendono accordi sulle caratteristiche che deve avere lo strumento; dopo qualche mese (il tempo varia in base alla lista d’attesa e alla particolarità del lavoro richiesto) si riceve il proprio coltello, e si torna qui periodicamente per la manutenzione, che generalmente è garantita a vita, e un bicchiere di vino che non manca mai di venire offerto.

Insomma, se vi viene proposto l’acquisto di una Pattada e non siete a Pattada, di sicuro non è stata fatta a Pattada (scusate il gioco di parole!) e si tratta di qualche imitazione.

Per quanto mi riguarda, grazie a un amico comune, ho avuto il piacere di conoscere uno di questi artigiani e di immergermi per un attimo nei segreti di quest’arte sopraffina. Grazie alla sua cortesia oggi vi posso dire qualcosa di più sulla nascita del coltello di Pattada.

Dentro la bottega: come nasce sa resolza

Pattada la bottega di Ogana

Tonino Ogana non ha un vero negozio perché è un amatore (ma questo non significa che non sia professionale!) tuttavia ci ha accompagnati nel suo laboratorio nel centro del paese e ci ha mostrato tutte le fasi della lavorazione delle lame, nonché una parte della sua collezione personale.
E’ così che ho scoperto che la resolza è formata da due parti di acciaio, lama e archetto (l’anima del manico), unite con un perno che permette alla lama di ruotare e chiudersi sul manico. Il tipo di acciaio deve essere un compromesso di varie qualità e ogni coltellinaio ha le sue idee in merito. Solitamente proprio questa è la prima cosa che il cliente discute con l’artigiano: l’acciaio inossidabile richiede meno manutenzione, al carbonio mantiene più a lungo l’affilatura…e così via. Pensate che ci sono diverse centinaia di leghe tra cui scegliere ognuna con i suoi pregi e i suoi difetti. In seconda battuta  si passa alla lunghezza della lama: la resolza pattadese “classica” ha una lama a forma di foglia di mirto lunga 12 centimetri, ma è possibile richiedere una lama più corta per avere uno strumento tascabile, o molto più lunga se lo si vuole esporre. L’artigiano ritaglia la forma sulla barra di acciaio prescelta, servendosi di dime (Tonino ne ha di ogni misura), quindi procede alla sagomatura della lama. Il vero segreto di una lama perfetta, e la parte più delicata e spettacolare del procedimento, ci ha mostrato Tonino, è la tempra: ogni fabbro è un novello Vulcano e conosce la propria forgia come un amico al punto che, non disponendo di attrezzature industriali riesce a capisce la giusta temperatura semplicemente basandosi sul colore.

Pattada la bottega di Tonino Gana

Ed è qui che si comprende quanto questa familiarità con il fuoco e i metalli sia passata di generazione in generazione e sia divenuta parte dell’identità dei Pattadesi, fino a farsi inscindibile dalla persona e a radicarsi nel corpo: come i tagli che Ogana ci mostra sulle unghie, manifesto tangibile del suo legame col coltello.

Pattada Tonino Ogana: i segni del mestiere

L’altra grande possibilità di “customizzazione” dello strumento è, naturalmente, l’impugnatura: Dovete sapere che tradizionalmente il manico era costituito dal corno, preferibilmente di montone; oggi si usano anche anche altri materiali quali il legno, le corna di muflone, bufalo, di capra o di bue. In ogni caso il corno deve essere stagionato, quindi ritagliato nella sua parte più spessa (quella superiore) e l’unica utilizzabile.

A questo punto il corno viene pulito e posto nella forgia che, come per magia, lo rende malleabile e pronto per essere raddrizzato dalla morsa. E credetemi che vedere un materiale apparentemente così povero farsi nobile come avorio a un ché di prodigioso. C’è anche da dire che ogni corno è diverso e così le sue caratteristiche peculiari rendono unico ogni coltello.

Val la pena ora di ricordare che la variante pattadese della resolza è l’unica “animata” cioè dotata di archetto in acciaio, quindi i pezzi di corno che formano il manico devono essere due, speculari ed essere fissati all’archetto per mezzo di ribattini. Completa la pattada un collare in ottone (o di altro metallo), finemente decorato, che circonda la parte sommitale del manico.
Ecco come si forma questo magnifico esempio di artigianato, non a caso diventato uno dei simboli della Sardegna capace di racchiudere in sé materiali primitivi ed emblematici dello spirito dell’isola: nato dal confronto fra l’uomo, la terra e gli elementi naturali e sublimato in oggetto d’arte.

Pattada: il coltello finito di Tonino Ogana

Culter, il museo internazionale del coltello

Culter, museo internazionale del coltello, dimostrazione

Per conoscere il mondo del coltello pattadese oltre a visitare una bottega, in paese si trovano il museo comunale del coltello – che per ragioni di tempo non siamo riusciti a visitare – e il museo  Culter, nei locali dalla coltelleria Giagu; proprio di questo vi parlerò brevemente.

Il museo non è dedicato solamente al coltello di Pattada ma vuole essere uno spazio di valorizzazione della produzione del coltello a livello internazionale. Quest’idea ambiziosa ha  preso le mosse in occasione della Prima Mostra Internazionale del Coltello Custom, organizzata in occasione del decimo anniversario dell’azienda Coltelli Giagu. Visto il successo dell’iniziativa e la passione crescente per il loro lavoro, i titolari, Salvatore Giagu e Maria Rosaria Deroma, hanno cominciato a pensare che si potesse fare qualcosa di più per promuovere e diffondere l’arte coltellinaia nel mondo.

Culter, museo Internazionale del coltello di Pattada

Ecco quindi che ha preso corpo man mano una collezione  di pezzi selezionati provenienti da ogni parte del mondo, antichi e moderni. Alcuni, scelti per il loro valore di testimonianza storia, altri, perché espressione di una tradizione, altri ancora per la componente innovativa o sperimentale. Vagando quindi per le varie sale espositive l’impressione  è quella di trovarsi ad un anello di congiunzione fra antico e moderno, in un viaggio senza tempo seguendo le tracce, o meglio, gli intagli, lasciati dal coltello nel mondo. Si trovano così esemplari dal Sud Dakota, dall’Argentina, dalla Nuova Zelanda, naturalmente dal Giappone ed approfondimenti legati ai coltelli in Italia e in Sardegna.

Ampio spazio, in particolare, è dedicato alla resolza locale la cui origine viene qui contestualizzata con la ricostruzione di alcuni ambienti tipici e mediante l’accostamento ad altri utensili forgiati dal fabbro (fra questi vi sono anche strumenti musicali come le trumphas, di cui vi abbiamo già parlato).

Per addentrarsi quindi meglio nei segreti del coltello, anche questa visita termina con una dimostrazione pratica, guidata dal più giovane, e gentilissimo, erede della tradizione di famiglia. E’ così che ancora una volta ci si confronta con un fare che è manifestazione di orgoglio per le proprie tradizioni e per la propria storia familiare e dichiara la consapevolezza del valore di un’arte che oggi, nel mondo della serializzazione e della produzione a grande scala, diventa sempre più rara e sempre più preziosa. Ed è questo che ci si porta a casa di Pattada, la consapevolezza che finché esisteranno uomini capaci di portare avanti e rinverdire antiche tradizioni, gli oggetti continueranno ad avere un’anima e a parlare di noi alle generazioni future. Non guarderò mai più un coltello con gli stessi occhi.


A riprova della vocazione artigianale di Pattada, da alcuni anni un’altra magnifica arte ha preso piede in città: quella della Liuteria, ne parleremo in un prossimo articolo.

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