Nelle Marche con Dante Alighieri

Le Marche, un territorio da dirsi al plurale, una Regione dalla storia frammentata e dalla geografia mai uguale a se stessa. Un pezzo d’Italia che – con i suoi borghi colmi di storia, il suo essere crogiolo d’arte e d’artisti, i suoi panorami fatti di mare e di colorate colline – sa essere riassunto dell’intero.

Ed è proprio questa varietà dell’offerta turistica a fare delle Marche una delle mete vacanziere più ambite del Bel Paese, una meta che di anno in anno sembra ottenere favore crescente da parte di viaggiatori e riviste specializzate.

Il successo marchigiano è però cosa recente, giacché il territorio ha cominciato ad aprirsi – o per meglio dire, a raccontarsi – verso l’esterno con grande ritardo. Tuttavia è nel passato (un passato anche piuttosto remoto) che questo romantico lembo di terra affacciato sull’Adriatico conserva il basito stupore d’un viaggiatore particolarissimo: Dante Alighieri.

E allora, non potendo prendere a prestito la strepitosa lingua, mi accontento degli occhi: oggi voglio raccontare le Marche intrappolate nei versi e nel cuore del sommo poeta, luoghi di cui abitualmente vi parlo sul sito www.ilfederico.com .

Le Marche nell’Inferno dantesco

Fatta eccezione per il celebre incipit

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la dritta via era smarrita

i versi più conosciuti, e probabilmente più amati, della Divina Commedia sono contenuti nel V° canto dell’Inferno. In questo tremendo girone le anime che in vita si sono rese responsabili di peccati carnali sono costrette a farsi trascinare dal ritmo inquieto e irrazionale della bufera che le avvolge e le sovrasta.

Mentre Virgilio racconta di sfortunati e famosi ospiti del luogo (come Didone, Cleopatra, Achille, Elena, Paride e Tristano), lo sguardo di Dante viene attratto da una coppia all’epoca molto meno nota: sono i “marchigiani” Paolo e Francesca.

I due, per via della pietà che per loro prova il poeta, possono godere di una breve pausa dal tormento e si fanno vicini per dare risposta alla curiosità del viaggiatore:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’appende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona

E’ la successiva domanda posta dallo scrittore circa quale fosse l’origine di tutto questo soffrire a far conoscere a posteriori al mondo intero la tragedia di Paolo e Francesca, assassinati da Gianciotto (marito di lei e fratello di lui) per gelosia. Una storia buona a turbare ogni carattere sensibile, e quello di Dante non fa eccezione, tanto che egli viene colpito da un mancamento:

E caddi come corpo morto cade

Gradara

Il castello di gradara, foto di Gianni Crestani da Pixabay

Oggi il castello che fece da sfondo alle vicenda degli sventurati amanti è uno dei più visitati d’Italia. E, con tutta probabilità, anche quello più romantico (altri itinerari romantici nelle Marche, li leggete qui).

Si tratta di un borgo murato sorvegliato da ben sedici torri di guardia che diventano diciassette con l’aggiunta della peculiare Torre dell’Orologio, sotto la quale c’è l’arco d’accesso che ancora mostra i meccanismi di sollevamento del vecchio ponte levatoio. Suggestivi i camminamenti di ronda che si susseguono per quasi tutto il perimetro murario e che di lassù offrono un panorama strepitoso che si stende fino all’azzurro del mare di Romagna.

Il piatto forte di Gradara è senza dubbio la rocca, un luogo carico di atmosfera e di storia, dove ogni stanza – finanche ogni oggetto – ha qualcosa da raccontare.

Ma il borgo, per quanto piccolo, non si conclude con la fortezza cresciuta attorno al solido mastio: ancora molte cose restano da visitare.

L’occhio di certo non può perdersi gli oggetti di vita quotidiana e gli armamenti contenuti nel Museo Storico che, senza troppo spreco di parole, raccontano il cosa significava essere uomo medievale. Nello stesso museo sono poi visibili alcuni enigmatici cunicoli scavati nella roccia un millennio e mezzo fa, forse per ospitare riunioni di eretici dediti al culto bizantino.

Almeno da menzionare sono poi i due edifici di fede dell’abitato: nella Chiesa intitolata a San Giovanni Battista trova posto un quattrocentesco crocifisso ligneo che sembra cambiare espressione a seconda del punto d’osservazione, peculiarità che lo rende piuttosto celebre; la Chiesa del Santissimo Sacramento ospita invece – oltre alle spoglie di San Clemente – una bella pala d’altare del Cimatori e un altrettanto splendido organo realizzato dal maestro Gaetano Callido.

Urbino

Veduta di Urbino, foto di Marco Toccacieli

Proseguendo l’infernale percorso raggiungiamo il canto XXVII, le cui rime sono riservate ai consiglieri fraudolenti. E’ un’anima in fiamme a presentarsi all’Alighieri, quella di Guido da Montefeltro, per chiedere notizie della sua terra:

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

ch’io fui d’i monti là intra Orbino

e ’l giogo di che Tever si diserra

Ma chi è Guido da Montefeltro? E che cosa ci fa all’Inferno? Presto detto. Guido, anche conosciuto come ‘il vecchio’, fu uno scaltrissimo politico e astuto condottiero. Un uomo a cui furbizia e forza valsero inaspettate vittorie, tra le quali la presa di Urbino, di cui fu signore per un breve periodo a partire dal 1292.

L’avo dei futuri duchi urbinati, giunto poi alla fase declinante dell’esistenza, sì pentì d’aver condotto una vita più da volpe che da leone e indossò il saio francescano. Un cambio di vedute che però non gli garantì il Paradiso, perché fu di nuovo tratto in errore da Papa Bonifacio VIII che domandò lui di escogitare un inganno per vincere i Colonna, gli acerrimi nemici asserragliati in quel di Palestrina.

La Urbino conosciuta da Guido era certo poca cosa rispetto all’odierna città, un abitato così traboccante di meraviglie da non poterne dire fino in fondo in questa sede (per evidenti ragioni di spazio). Voglio però raccontare almeno dei suoi luoghi simbolo.

Anzitutto, Palazzo Ducale, forse la più strepitosa architettura del Rinascimento, celebrato da un altro grande uomo di lettere che ha nome Baldassarre Castiglione come: “il più bello che in tutta Italia si trovi; e d’ogni opportuna cosa (Federico da Montefeltro) sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva”.

La celebre dimora ducale, oltre a essere già di per sé una meraviglia, sa essere anche contenitore di prodigi: le sue ampie stanze ospitano infatti la Galleria Nazionale delle Marche dove sono conservati alcuni tra i maggiori capolavori dell’arte mondiale (come quelli di Piero della Francesca, Raffaello, Paolo Uccello, Guido Reni, Francesco di Giorgio Martini, Luca Signorelli, Luca della Robbia e tanti altri).

Restando nel campo artistico è poi fatto d’obbligo la visita alla Casa di Raffaello Sanzio e al non lontano Oratorio di San Giovanni, nel quale è visibile un affresco che ha dell’incredibile: la maestosa Crocifissione eseguita dai Fratelli Salimbeni da San Severino, opera bellissima e poco nota, capace di rimescolare le carte nel grande libro della storia dell’arte.

Fiorenzuola di Focara

Fiorenzuola di Focara fra colline e mare. Foto di Marco Toccacieli

Si dice che il mondo sia piccolo. Ma l’Inferno dantesco non deve essere molto più spazioso, perché dopo aver letto degli sventurati amanti, troviamo poco oltre, vale a dire nel XXVIII canto, un altro Malatesta: è Malatestino il guercio, fratello di Paolo e Gianciotto.

Ci troviamo nella IX Bolgia dell’ VIII Cerchio, dove subiscono supplizio i seminatori di discordie. E il riminese – che, si pensa, fu colui che scoprì la cognata col fratello sbagliato e ne informò Gianciotto – viene tirato in ballo per la tragica fine che fece fare a due politici fanesi: Guido del Cassero e Angiolello di Carignano.

Malatestino (apostrofato dal poeta come ‘quel traditor che vede pur con l’uno’) invitò i due signori di Fano dalle sue parti e poi, sulla via del ritorno, li fece gettare in mare. Ma non in acque qualsiasi, piuttosto in quelle assai note tra i naviganti del periodo per essere infidissime: il fazzoletto di mare che sta tra il promontorio di Fiorenzuola di Focara e quello di Casteldimezzo.

E fa saper a’ duo miglior di Fano

a messer Guido e anco ad Angiolello

che se l’antiveder qui non è vano

Gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso la Cattolica

per tradimento d’un tiranno fello

Farà venirli a parlamento seco

poi farà sì che al vento di Focara

non sarà lor mestier voto né preco

In effetti, la descrizione data dal buon fiorentino circa il carattere burrascoso del mare di Focara, alla cui violenza è difficile resistere anche rivolgendosi ai santi, non è per nulla fuori luogo se è vero che uno dei tesori locali è un crocifisso scampato ad un cinquecentesco naufragio, oggetto sacro conosciuto, appunto, come il ‘Crocifisso venuto dal mare’ e conservato presso la parrocchiale di Casteldimezzo. Non di meno, la stessa Fiorenzuola qualche secolo fa è stata vittima di un tiro mancino delle medesime acque, quelle acque che hanno eroso i piedi fragilissimi del monte su cui sorge il borgo e, voraci, si sono ingoiate case in gran numero.

Oggi Fiorenzuola di Focara è una terrazza a picco sul mare, un abitato inserito per intero nella stupefacente cornice del Parco Naturale del San Bartolo, un castello dai colori e dalla posizione così particolari da divenire meta obbligata di fotografi e guadagnarsi il nomignolo di ‘Perla dell’Adriatico’. Il paese è molto caro anche ai bagnanti, tant’è vero che la sua spiaggia (selvaggia oltre ogni dire e raggiungibile unicamente per via di tormentati sentieri) è stata inserita dai tipi di Skyscanner tra le più belle d’Italia.

Le Marche in Paradiso

Tralasciando il Purgatorio, dove poco si parla di luoghi marchigiani, dobbiamo attendere il XVI Canto del Paradiso per trovar nominate due città della bella Regione. Purtroppo, però, la citazione è tutto fuorché lusinghiera.

Dante è a colloquio con Cacciaguida, suo nobile antenato. L’argomento al centro della discussione è Firenze, quella Firenze che ai tempi del più vecchio dei due oratori non contava più di seimila anime (circa un quinto della città contemporanea al letterato) ma che era “pura fino all’ultimo artigiano”.

Cacciaguida avverte il suo più giovane parente dei rischi che sta correndo l’abitato toscano per via dell’ampliamento, di quella crescita dovuta all’inurbamento dei contadini “incivili” e alla successiva mescolanza e, come a riprova della bontà del suo pensiero, menziona alcune città vittime di antica e incontrollata immigrazione: tra queste Urbisaglia e Senigallia, distrutte dai visigoti.

Se tu riguardi Luni e Urbisaglia

come sono ite e come se ne vanno

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia

Udir come le schiatte si disfanno

non ti parrà nuova cosa né forte,

poscia che le cittadi termine hanno

Per fortuna l’essere nobili, così come l’essere maestri nelle lettere, non significa saper prevedere il futuro: oggi Urbisaglia e Senigallia sono centri ricchissimi di meraviglia, abitati ben lontani dal poter essere definiti in decadenza.

Urbisaglia e Senigallia

La rocca di Senigallia. Foto di Marco Toccacieli

Una delle massime attrattive odierne di Urbisaglia è in effetti il Parco Archeologico che si estende sulle antiche rovine della città romana (distrutta proprio dagli uomini di Re Alarico) e che contende la palma della “più bella del paese” alla trecentesca rocca di forma trapezzoidale.

Per quanto concerne Senigallia è d’obbligo notare come questo abitato, con i suoi mille imperdibili appuntamenti, sia uno dei più vispi della costa adriatica: assolutamente da non perdere il Summer Jamboree, festival dedicato a musica e cultura americana degli anni ’40 e ’50, capace di richiamare visitatori da ogni dove.

E tra le tante cose da vedere ne vanno segnalate almeno due: la celebre Rotonda a Mare, realizzata nel 1931 e oggi sinonimo di estate danzante; e poi, soprattutto, la strepitosa Rocca Roveresca, uno dei più suggestivi (e intatti) fortilizi di pianura.

Senigallia

Eremo di Fonte Avellana

L’Eremo di Fonte Avellana: un luogo di spiritualità immerso nella natura. Foto di Marco Toccacieli

Il viaggio di Dante prosegue, e se nella Commedia non sono state spese belle parole per Senigallia e Urbisaglia, affermazioni ben peggiori attendono un altro luogo-simbolo delle Marche nel XXI Canto.

A ricevere il sommo poeta nel VII cielo di Saturno è lo spirito di San Pier Damiani, romagnolo che tanto si prodigò per curare i mali della Chiesa, su tutti corruzione e simonia. E la battaglia di costui partì proprio dal Monastero di Fonte Avellana (Serra Sant’Abbondio – PU), dove fu prima semplice monaco e poi priore.

In questo incontro, il Santo inveisce contro la vita lussuosa riservata agli uomini che dovrebbero rappresentare Dio in terra, e come esempio porta proprio la sua Fonte Avellana, un tempo molto più incline alla contemplazione che non alla comodità.

Oggi questo Eremo ficcato nell’intenso verde del Monte Catria e intitolato alla Santa Croce è meta davvero suggestiva, intrisa com’è di storia, cultura e spiritualità. La struttura, che di lontano pare una sorta di spartana fortezza, è a tutti gli effetti una città di Dio, un centro del tutto autosufficiente, dove i monaci trascorrono i lunghi inverni (stagione davvero spietata da queste parti) senza aver quasi contatto col mondo esterno (può ricordare l’Eremo di Camoldoli).

Da segnalare lo straordinario scriptorium, voluto proprio da Pier Damiani, che ha fatto di Fonte Avellana un luogo di salvaguardia della cultura europea.

Un luogo ancora…

Benché l’Alighieri mai ne fece menzione, la Provincia di Pesaro e Urbino conserva un villaggio che fu forse ancora più importante nella vita dello scrittore di quanto lo furono i luoghi ricordati nella sua opera maggiore: parliamo di Castello della Pieve.

Si tratta di un piccolo abitato tagliato in due dall’unica strada fatta di ciottoli, un borghetto fuori mano che conta a malapena qualche decina di residenti, ma che con le sue peculiari case d’arenaria e la sua slanciata torre sa davvero far sgranare gli occhi al visitatore.

Ebbene, il 4 ottobre 1301, proprio in questo paesello messo a mo’ di cappello su una delle tante punte appenniniche, Carlo di Valois e Corso Donati decretarono l’esilio di Dante da Firenze. Direi dunque che possiamo considerarla una tappa irrinunciabile in un itinerario ispirato al Sommo Poeta.

Dove dormire e cosa mangiare

Un itinerario dantesco non può che suggerire di ripercorrere passo dopo passo le orme del fiorentino e di scegliere per il soggiorno uno tra i luoghi che ebbero per ospite lo stesso Dante Alighieri, vale a dire il già menzionato complesso di Fonte Avellana (è però bene sapere che la comunità monastica non è in grado di offrire accoglienza nei mesi che vanno da novembre a febbraio).

Chi desidera un soggiorno più libero, non scandito dai ritmi propri di un luogo di fede, ma comunque suggestivo, può optare per il Romantico B&B. La struttura si trova nel nucleo storico di Serra Sant’Abbondio ed è gestita da Bianca e Vittorio, due irriducibili giramondo che hanno deciso di aprire la loro casa ad altri viaggiatori.

Per quanto riguarda il cibo, si noterà presto come le Marche presentino sostanziali differenze da zona a zona anche circa l’offerta di specialità tipiche. Mi limito quindi a suggerire brodetto di pesce alla fanese per chi si trova a pranzare lungo la costa e piatti a base di tartufo per chi si trova a tavola nell’entroterra.

I migliori vini locali sono il Bianchello del Metauro e il Rosso di Pergola.

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