Cinque Terre: la grotta dell’eremita

IMG_4170Per una curiosa aberrazione percettiva siamo abituati a far coincidere il bello con il grandioso. Non so se la la causa sia da ricercarsi in una mutazione genetica, in un virus o semplicemente in un vizio culturale che porta a ricercare ovunque caratteristiche da guinness dei primati. Fatto sta che spesso ci si dimentica quanto poetiche possano essere le piccole cose, i dettagli che sommessamente raccontano storie rimaste intrappolate nella ragnatela del tempo.IMG_4166

É questo sicuramente il caso della grotta dell’eremita nelle Cinque Terre.

La grotta dell’eremita è un minuscolo rifugio scavato nella roccia che un prete nativo di Riomaggiore, Don Andrea Fresco, scelse nei primi del Novecento come proprio ritiro dalla compagnia umana.IMG_1459

Queste caverne (la grotta si compone di due spazi) si trovano in un luogo che ha del sublime: nel Parco delle Cinque Terre lungo il crinale coltivato a vite di Costa Corniolo, cioè quella collina che divide Riomaggiore da Manarola, su una cengia rocciosa e a strapiombo sul mare.IMG_1414

La roccia in questo punto è gialla, compatta, molto lavorabile, l’ideale per essere scolpita e per ricavarvi dei giacigli o delle nicchie. Ed infatti il religioso si armò di scalpello,  diede vita a fantasiosi altorilievi e si ricavò l’essenziale per vivere. Nella più piccola delle grotte, profonda circa un metro, si può ancora vedere un inginocchiatoio e l’effige del volto di Cristo in bronzo incastonata nella roccia; nella più grande invece resta il “letto” del mistico e delle nicchie.IMG_4172
Sono numerose le nicchie vuote: non so dire se queste contenessero altre sculture in seguito trafugate, o servissero come mensole per le povere cose del prete. Dobbiamo quindi accontentarci delle sculture visibili ancora oggi: un serpente, una croce, una mano, un sarcofago.IMG_4171
Tutto qui. Non c’è altro da vedere nella grotta di Don Fresco. Solo un panorama che abbraccia il mare e che fa sentire all’improvviso all’unisono con la natura. Sono luoghi come questi che dicono di più sull’uomo, sulla sua necessità di farsi domande, sul nostro rapporto con gli altri esseri viventi e, dunque, sul senso della vita stessa.IMG_4169

La cosa che più sorprende poi è che a seguito della chiusura della Via dell’Amore, molti turisti si trovano a passare qui vicino sulla Via Beccara, ma pochi di loro sono consapevoli di passare solo a pochi metri da uno dei luoghi più suggestivi di tutto il territorio.
Io stesso ho dovuto intervistare diversi locali prima di trovarne uno che mi sapesse indicare precisamente come arrivarci, in realtà il luogo è accessibile per mezzo di una brevissima diramazione dal sentiero della Beccara, che termina con una scaletta in cemento ormai pericolante.
Il passaggio per raggiungere il sito non è segnalato, ed è anzi scoraggiato da cartelli di divieto: la scelta del Parco di non valorizzarlo si spiega con la sua fragilità, ma ancora di più con la sua pericolosità: si tratta infatti di un ballatoio non protetto ad  un’altezza vertiginosa.IMG_1409

Ma chi era Don Fresco? Non ci sono notizie su di lui, non ne sappiamo niente, se non quello che ancora ci dice dal profondo di quelle minuscole nicchie scavate nella terra: il rispetto della natura, l’umiltà, la scelta di una vita povera e senza fronzoli lontano dal chiasso e dagli eccessi della quotidianità. Potremmo ascoltarlo qualche volta, sederci sulla roccia e guardare il mare in silenzio.


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