Monterosso è una degli stop obbligati durante una gita alle Cinque Terre. L’ultima borgata procedendo verso ovest non delude i visitatori in cerca della tipica cartolina del luogo fatta di intonaci pastello, persiane verdi, limoni, balconcini fioriti.  Qui si respira un’atmosfera che, a mio sentire, ha un certo non so ché di partenopeo. Non sarà un caso infatti se spesso questo paesello viene accostato a quelli della costiera amalfitana.  Ecco, trovo che parte del fascino di Monterosso risieda nella sua aria così mediterranea e nel suo frizzante affastellarsi di dettagli. Certo, in un quadro così è facile perdersi qualcosa, magari di inusuale.  C’è una chiesa per esempio la cui visita spesso sfugge ai turisti affamati di colore locale. La si trova nella piazzetta principale, accanto alla Cattedrale del borgo. In effetti dall’esterno non si capisce perché dovrebbe esserne interessante la visita: la facciata neo-romanica, a fasce bianco-nere è piuttosto anonima anche se perfettamente integrata nel tessuto edilizio. Ma c’è un particolare che incuriosisce e che ha richiamato  la mia attenzione ed è l’immagine nella lunetta, sovrastante il portale,  di un teschio con tanto di tibie incrociate e una croce accompagnata dall’epigrafe Mortis et Orationis Confraternitas. 

Quello che ci troviamo davanti è difatti l’Oratorio S. Maria di Porto Salvo, noto come Oratorio dei Neri o della Confraternita dell’Orazione e Morte. La faccenda si fa quindi sempre più intrigante. Entrando non si può fare a meno di notare in mezzo al proliferare di stucchi barocchi un esercito di teschi, scheletrini, cartigli e scritte che accennano sempre alla nera signora.

Queste curiose raffigurazioni, nei più diversi materiali, come il gesso oppure il legno delle sedute, esprimono una vasta galleria di tipi umani: alcune sono più grottesche e caricaturali, altre più raffinate con particolari che richiamano sia l’universo laico che quello religioso. A ben vedere, ricordano le corali rappresentazioni delle danze macabre tipiche dei paesi del nord ed oltre alle somiglianze formali bisogna ammettere che anche il messaggio pare lo stesso: la morte non guarda in faccia a nessuno e ci rende tutti uguali. Insomma: un memento mori tipico dell’epoca barocca. Ma c’è dell’altro.   

Va da sé infatti che dopo un primo sguardo di superficie a questo singolare luogo di culto, ci si chieda  chi ne siano gli artefici. Come spiega il pannello illustrativo posto fuori dell’edificio, la chiesa fu fondata nel  XVII secolo da volenterosi che si prodigavano ad aiutare vedove, vittime dei naufragi, orfani e si occupavano della sepoltura dei meno fortunati. Continuando nella ricerca si scopre che le origini della confraternita si situano nei tempi bui delle carestie, della peste e delle battaglie sanguinose nella capitale.  In particolare, nel 1527 a Roma si assistette al passaggio truculento dei Lanzichenecchi: le conseguenze del sacco furono disastrose e i morti così tanti che non si contavano più. Ciò che a noi sembra scontato, ovvero l’esigenza di dare sepoltura ai defunti, allora non lo era. Anzi, si trattava di un lusso riservato alle famiglie più abbienti. Quando si incontrava una salma nelle campagne l’atteggiamento più diffuso era quello di non toccarlo e curarsi di non sporcarsi con esso. Con tutto ciò che ne consegue. Fu così che alcuni, più sensibili al problema, cominciarono ad occuparsi della raccolta e della sepoltura dei tanti morti anonimi o per i quali i famigliari non disponevano di soldi a sufficienza per il servizio funebre offerto dal clero. La situazione poi si aggravò nel corso di una violenta carestia nell’inverno del 1538. E fu in questa occasione che il gruppo di volontari  crebbe di misura e incominciò ad avere una forma, delle regole e un nome “La compagnia della morte“. Fra le abitudini dei confratelli prese piede la pratica della “Quarantore” e cioé di quaranta ore ininterrotte di  preghiera e adorazione dell’ostia consacrata. Ed è per questo che Papa Giulio III impose alla compagnia di aggiungere alla sua denominazione anche il termine “orazione”. Da qui in poi la storia di questo nutrito gruppo di fedeli si fece sempre più luminosa, fino alla edizione di una bolla papale del 17 Novembre 1560, che ne sanciva a tutti gli effetti lo status di Arciconfraternita   riconoscendogli il diritto di ricevere elemosine, di occupare e costruire chiese ed oratori per le proprie funzioni e, soprattutto, di fondare e aggregare confraternite, come quella di Monterosso.

I membri dovevano vestire un saio nero, chiuso da una corda nera e con un cappuccio e un colletto che al bisogno fungeva da mascherina per ripararsi dai miasmi della decomposizione. E’ proprio per il colore che li contraddistingueva che l’Oratorio di Monterosso venne chiamato anche dei Neri. La cosa curiosa è che è nero pure il crocefisso della chiesa e che questa tonalità che identifica la confraternita si contrappone all’altro Oratorio presente in paese, quello dei “Bianchi” .

Alle luce di tutta questa storia, quegli scheletrini appaiono subito più simpatici. Si capisce come in un paese in cui frequenti erano le morti in mare dei poveri pescatori, la confraternita abbia svolto un compito fra i più virtuosi e che quelle cappe nere abbiano in realtà portato un po’ di sollievo nella vita dei meno fortunati, anticipando di fatto tanti servizi umanitari che oggi sono considerati alla base della società.  E non solo, difatti la sua importanza fu tale che oggi, dopo anni di oblio, questa confraternita è risorta e dal 1986 partecipa alle varie processioni che ancora  si tengono nella borgata.

Si tratta senz’altro di una storia interessante per conoscere più a fondo quel borgo tanto amato e guardare oltre quella cartolina colorata per riconoscerne gli uomini, le loro fatiche e la loro storia. Sì: è in posti come questi, nascosti fra le note squillanti di souvenir e botteghe di prodotti tipici che si afferra l’anima di un luogo.

 

 

 

 

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